giovedì 31 agosto 2017

sabato 26 agosto 2017

Manuel Cohen


Manuel Cohen è critico letterario, poeta e saggista eccellente. Nato in Abruzzo negli anni Sessanta, vive e opera  tra Roma e Bruxelles. Cofondatore della rivista «Profili letterari», è redattore di diverse riviste letterarie e suoi saggi e interventi critici sulla poesia italiana e straniera del novecento e contemporanea appaiono in svariati volumi e riviste in Italia e all’estero. Dirige tre collane di poesia per gli editori CFR (Sondrio), Dot.com.press-Le Voci della Luna (Milano), e Puntoacapo (Novi Ligure). Ha pubblicato le raccolte: Altrove, nel folto, Ianua, Roma 1990; Cartoline di marca, Marte editrice, Colonnella (TE) 2010, e Winterreise. La traversata occidentale, CFR, Piateda (SO) 2012, opera vincitrice del Premio Franco Fortini. Suoi versi sono stati tradotti in spagnolo, francese e greco.







“Tutte le voci” – Arcipelago Itaca Edizioni




Spesso ci si domanda quali caratteristiche debba avere una buona poesia perché sia rappresentativa della nostra epoca. Molte sono le risposte possibili, più o meno colte, più o meno assertive, tutte però con qualcosa di parziale, insoddisfacente, come di sostanza che sfugge. Poi capita tra le mani una raccolta di versi e, senza bisogno di analisi, studi e catalogazioni, si avverte che quella è poesia, che ci comunica qualcosa di profondo, un aspetto importante del nostro tempo, un modo originale di vedere le cose. Non voglio dire che la critica letteraria, l’esame strutturale del testo, la sua contestualizzazione storica non aiutino ad apprezzare un’opera, ma dico che la poesia, come tutta l’arte e la bellezza, parla un altro linguaggio, anarchico, imprevedibile, primigenio, che prescinde da analisi e catalogazioni, con luci e suggestioni sue proprie, immediatamente percepibili. 


È questo il caso di Tutte le voci, l’emozionante poemetto di Manuel Cohen, edito da Arcipelago Itaca, in cui l’autore si mimetizza, quasi sparisce, per recuperare e ricostruire una memoria collettiva, un sentire comune. 

Ne viene fuori un affresco fortemente evocativo in cui sono stipate storie di uomini e fatti, di ingiustizie e di dolore che non si sviluppano in un luogo e tempo determinato, ma riguarda tutti i tempi e tutti i luoghi nei quali il sentimento di umanità è stato ferito. In esso, come osserva lo stesso autore, ci “Sono voci, solo voci, voci sole e isolate, voci minori, di realtà sconfitte e offese, fuori dal coro nominate, a volte accumulate, in una entropia di dire…”


Ho avuto in una circostanza la possibilità di ascoltare il poema letto dallo stesso autore e, una volta, il privilegio di leggere io stesso, insieme ad altri, un capitolo del libro. Ciò che ho percepito è stato come un coro che si alzava dalle viscere della terra, dalle radici stesse dell’esistenza, fuori e insieme dentro al tempo, voci che risuonavano ritmiche, come onde scosse dal vento, parte del grande mare in cui l’umanità soffre le sue sconfitte ma trae anche la forza e la nobiltà per coltivare la speranza. Per questo credo che Tutte le voci sia un poema non solo da leggere, ma anche da ascoltare, per godere meglio del suo ritmo serrato, della musicalità intrinseca, del senso di condivisione.
Manuel Cohen, raccontando, dà voce alla storia umana e alle sue tragedie, ricordando, le fa rivivere, col solo elencarle ne rinnova l'emozione. Le voci risalgono dal fondo della coscienza collettiva e ritornano attuali, si fanno carne, vicina alla nostra, quasi la nostra, perché l’umanità è così, a volte distante e conflittuale, diventa, nel momento del dolore condiviso, scarnificato dalle ideologie, dalle convenienze, dagli interessi miseri, spontaneamente fraterna, e si riconosce parte della stessa narrazione.

Non dunque storia già assodata e metabolizzata, fredda ripetizione di fatti conclusi e lontani, ma voci vive, mischiate, affastellate, che da quei fatti sorgono, voci di vittime che ancora chiedono ascolto e ci ricordano che la sofferenza umana non è mai finita.  

Per questo il dolore delle vittime diventa il dolore di tutti, di quelli che hanno sofferto e di quelli che hanno causato le sofferenze, di quelli che hanno saputo e non hanno parlato, dei prudenti, degli accorti, dei furbi, e anche nostro, che ricordiamo e non abbiamo colpe, ma che siamo parte dello stesso fluire e coltiviamo la speranza di non essere mai vittime e mai carnefici. 
L’altro punto del poema è il suo valore lessicale, la forma dei versi, il suo incalzare, e quella scrittura segnata da una specie di ricchezza anche visiva, da spazi che ci aiutano a seguire e a interiorizzare il ritmo. Come osserva felicemente Salvatore Ritrovato nella sua bella prefazione: "sono versi che si snodano lungo binari doppi e tripli, scendono a scalini, si arrotolano, si svincolano, si rincorrono in immagini che ci risvegliano nella memoria… una storia … che costituisce un fondo magmatico dal quale si sviluppa un’idea nuova di umanità, e vi balugina una speranza, o un desiderio di speranza…”.

Tutte le voci si può considerare dunque un rito collettivo di purificazione e redenzione, di grandezza e di speranza, che restituisce dignità e senso al dolore, come elemento comune della condizione umana, motivo essenziale per scoprirci fratelli. Un lavoro maturo, ricco di sensibilità e delicatezza, di rispetto per le vittime, di pietà per gli sconfitti, di amore per l’umanità, che lascia l’impressione di essere stato scritto di getto, completamente preso dall’urgenza del dire, ed invece sofferto, meditato per anni, sempre aperto a successive evoluzioni, come avviene per i grandi poemi che trattano della commedia umana, come “Leaves of grass” di Walt Whitman, o “Spoon River” di Edgar Lee Master. Un poema interrotto ma non finito, dove altre voci sarebbe possibile aggiungere poiché, purtroppo, il tempo del dolore e dell’ingiustizia non smette di battere.  (Renato Fiorito)




Il poema è acquistabile on line agli indirizzi:

http://www.arcipelagoitaca.it/tutte-le-voci/ 


https://www.ibs.it/tutte-voci-libro-manuel-cohen/e/9788899429188?inventoryId=58905345


(da "Tutte le voci: Capitoli I e II)




                                                -oltre la parete la soglia il muro

                                                nei silenzi infetti un suono puro-


vengono voci
                      in bollicine d’aria
 rinvengono
                     dagli abissi
                                        del Baltico



 imprecazioni di soldati
foglietti scritti
                       biglietti ai cari
                                              addii
imprigionati in sottomarini russi
incagliati sul fondo
assiderati                        

invocazioni suoni di corpi                 
avvoltolati nei ghiacciai
alpini andini himalayani                    

                cacciatori mistici imbonitori
viaggiatori santi predicatori
                   esploratori eresiarchi pensatori



acciambellati in sconce stive
                                               stipati
insaccati in suoli carsici
                                       crivellati

 vittime le vittime 
agite agitate agapate ora e sempre

carnefici i caini le carneficine
i caligola i neroni le agrippine
nelle foibe titine nelle fosse di Milòsevic
di Arkan di Mladić
alle Ardeatine

le voci
dissepolte alle torbiere del Donegal
catene di affogati al largo del Senegal


golette
gondole
galeoni
galere


incagliate alle barriere coralline

                                                                          voci indistinte 
                                                                          adamantine



II


le voci
             piantate
                          in piantagioni
di tabacco coca caffè carioca

sepolte ai piedi dei faraoni
sacrificate su are capre agnelli
piatti d’argento vitelli d’oro

Nina Pinta Amistad Lusitania
Andrea Doria Titanic Moby Prince
Trafalgar Waterloo Salamina


le voci
           dei suicidi iberici
all’arrivo di Scipione l’Emiliano
                                                
                                                 falangi opliti fanti

imprigionate a Guantanamo
a Cuba nel gulag siberiano

al supercarcere di Fossombrone
sequestrate all’Aspromonte                                       
rapite
nella Locride in Barbagia
presidenze prigioniere in una dača
assediate a ferro e fuoco
a fame e sete
                       a Troia
                                    a Micene
nel ghetto di Varsavia
                                    a Mostar
nella guerra dei Balcani
nella guerra
                      dei cent’anni
nella guerra
                      dei trent’anni
nella guerra 
                      dei cento giorni
 nella guerra
                      dei sei giorni

                       guerre lampo
 guerre difensive
guerre mondiali
multimediali
                      guerre plurioffensive


venerdì 21 luglio 2017

Michela Zanarella




Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Poetessa, scrittrice, giornalista, dal 2007 vive e lavora a Roma. A partire dal 2006 ha pubblicato numerose raccolte di poesia, tra cui ricordiamo Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidenţe (2015). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. E’ ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. È alla direzione di Writers Capital International Foundation. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Collabora con EMUI_ EuroMed University e si occupa di relazioni internazionali. Per Interno Poesia ha pubblicato la raccolta “Le parole accanto” che qui recensiamo.





Michela Zanarella è di quelle poetesse in cui l’esperienza della vita entra ontologicamente nelle opere e si fa poesia: il passato, la famiglia, gli amori, la terra, si vestono di una sorta di nebbia diafana, fatta di atmosfere soffuse, di personificazioni, metonimie, metafore e di parole a volte dolci, a volte dolorose che, come avviene sempre nella buona poesia, trascendono l’autrice e diventano parte di chi legge, bagliori della sua stessa esistenza.

È questa, confesso, la poesia che preferisco: quella che suscita emozioni, commuove, che unisce alla verità del vissuto l’armonia sapiente del verso e la scelta accurata delle parole.

“Le parole accanto” è intessuta con questo filo, poesia del tempo e dell’eterno ritorno, della nostalgia degli affetti che diventano tutt’uno con i campi, le strade, il fiume del paese natio:

Chiamami a tornare/ in quelle strade di grano…// Chiamami quando il fiume respira / e la polvere tace dietro i campanili. / Mi appartiene ogni silenzio /di quel cielo in attesa di sole”,

e in altra:

“Sarà che tento di dare un senso / a ciò che non c’è più / in quei sottili richiami del tempo / che si nascondono tra parete e parete / o nel riflesso di un vetro rigato /dalla scia di una lumaca senza casa.”

Dentro questo percorso di riscoperta delle origini si inserisce anche l'interessante richiamo alle paternità spirituali che hanno contribuito alla formazione e alla sensibilità poetica della nostra autrice e che si sostanzia nel discorrere empatico con alcuni grandi della poesia come Leopardi, Alda Merini, Sergej Esenin, Pasolini, ecc. con cui Michela scopre  ascendenze e rievoca il dramma della vita. Poeti diversi per epoche e stili, estratti misteriosamente dalla libreria della sua anima per trarre da ognuno di essi le giuste suggestioni. 

Dice acutamente di lei Dante Maffia: ”le sue poesie sono miracolosamente essenziali, con un loro fascino persino narrativo”….”nessuna esagerazione, nessun peso eccessivo di letteratura inficia il dettato e così possiamo godere una poesia che io ritengo tra le più felici di questi anni…”

Anche per me “Le parole accanto” rappresentano una bella scoperta, un passo stilistico considerevole nel cammino letterario di Michela, una perfezionata armonia del verso, un’asciuttezza che rifiuta languori e decadenze. Faccio dunque mia la felice considerazione di Antonino Caponnetto che nella sua postfazione a questa bella silloge, osserva: “…essa non è solo poesia del ritorno, ma anche un ritorno maturo alla grande poesia”


Il libro è acquistabile al seguente link




CHIAMAMI A TORNARE

Chiamami a tornare
in quelle strade di grano
per farmi specchio ancora una volta
di quei colori spesso fraintesi
in una nebbia che non ascolta.
Chiamami quando il fiume respira
e la polvere tace dietro i campanili.
Mi appartiene ogni silenzio
di quel cielo in attesa di sole
ogni pietra che mi ha visto bambina
e anche quella parte di mondo
che se ne è andata lungo i marciapiedi.
Non ho dimenticato
l’edera cresciuta nella ruggine
e nemmeno l’aria
che sa di polline e giochi del passato.
Mi sento ancora qui
nella mia pianura
dove lascio sia la resina
a dare forma alle mie lacrime
dissolte ormai nel vento.
Chiamami, chiamami ancora
come se la mia pelle
fosse quel verde che spinge
tra i campi e oltre tra gli arbusti
e i fili d’erba.
Cercami come se fossi figlia
di quella rugiada senza stagione
che sai aspettare.



STANZE VUOTE

Mi fanno paura le stanze vuote
che non sanno di vita
e che sembrano
come una notte senza luna.
Evito la solitudine
proprio per non sentire
il tonfo del silenzio sulla pelle
e così cerco anche solo l’ombra
di un filo d’erba
per ascoltare una presenza.
Sarà che tento di dare un senso
a ciò che non c’è più
in quei sottili richiami del tempo
che si nascondono tra parete e parete
o nel riflesso di un vetro rigato
dalla scia di una lumaca senza casa.
Mi convinco allora
che la polvere non è una stagione dimenticata
o il contorno di un oggetto lasciato
prima di partire.
La polvere porta il guscio
di quando transitavano sguardi e parole
di quando ti promisi che mai avrei smarrito
il rumore delle nostre risa
a scartare caramelle come foglie
resistendo al freddo di un inverno senza meta.



È UN RITO QUEST’ALBA

È un rito quest’alba
Che per prodigio sciacqua chiarori
Nel cielo. 
È naturale quel silenzio
Intriso di risvegli
Quando il mondo ancora riposa,
quando la luna sfuma
tra le altezze
in un ventaglio di bagliori
pari a timide rugiade.
Trascino nel mio inchiostro
Il tragitto della luce,
il procedere dell’infinito.
La perfezione dell’azzurro
Sazia la forma delle nuvole
Ed io che ho saputo allontanare
Il sonno
Mi lascio meravigliare
Da una sosta del sole
Che si mischia all’odore
Del mattino.



QUEL BUIO ALLA PORTA

In questa stanza che odora d’antico
indietreggiano silenzi
come inverni affaticati dal peso della neve.
Cadono sul pavimento ricordi
Ed una schiera di tarli
trova voce
tra le fessure di un legno invecchiato.
Recupero il passato
tra le pareti che sfarinano echi
che mi riportano indietro
a consolare le ruggini di un addio
nel vuoto di un baule.
E mentre fisso le ante dell’armadio
ritrovo le paure di un tempo
quel buio alla porta
che mi spaventava
quasi quanto la tua assenza




LA VITA LA INSEGUO 

La vita la inseguo
come una gatta randagia
sui cornicioni
affamata di lune opalescenti
frugando con gli occhi
negli strati del cielo.
E a quello stesso cielo
dico – insegnami l’azzurro
che germoglia tra le nuvole
e che cambia tono
con il passo delle ore
Così l’accarezzo la vita
come una polvere da non buttare
come una virgola da non spostare
e mi regalo un respiro dopo l’altro
stanze e colori nell’arcobaleno tra le altezze
guardando i contrasti del tempo
in bilico tra un addio al sole e un’aurora
da completare.
Diventa il dorso di un novo giorno
la luce bianca che filtra a specchio
fino a farsi aria
addosso ai panni caldi della terra.








giovedì 9 febbraio 2017

Recensione


Davide Cortese





Lettere da Eldorado 

Edizioni Progetto Cultura


Nota di Renato Fiorito

Lo confesso. Amo la poesia che dà emozioni, quella con dentro la forza vitale del sole, della passione, dei sentimenti. È questo il caso di “Lettere da Eldorado” di Davide Cortese dove l’Eldorado è il mito, la terra oltre le terre a cui l’anima tende, l’isola senza dolore, malvagità, ingiustizie, nella quale la forza trascinante della parola basta a realizzare i sogni



Una mattina mi son svegliato

e non c’era più nulla da temere.

Una mattina mi son svegliato

e potevo essere semplicemente chi ero,

senza che nessuno mi negasse il suo sorriso,

senza essere percosso e offeso,

né maltrattato, né deriso, né ucciso

per ciò che ero senza averlo deciso.

Una mattina mi son svegliato

ed ero fiero di essere chi ero.

Ero nero senza apparire diverso,

ero gay senza apparire perverso,

ero ebreo, musulmano, senza aver perso

la gioia di essere ospite dell’universo.

Una mattina mi son svegliato

e per tutti ero semplicemente un uomo.

E per ciò che io ero: umano,

non c’era affatto da chiedere perdono.



Poesia ricca di immagini, similitudini, evocazioni, ricordi, musicale e struggente, mai sazia di abbracci, di nuvole e di cielo, con dentro un lirismo acuto, colmo di dolcezza, un canto, una sofferenza, una malattia.
Sembra quasi che non debba cercare le parole Davide, non debba curarle, poiché esse fuoriescono da sole, brucianti, vivide, e lui debba solo inseguirle e raccoglierle in fretta, per dare voce all’indicibile, alla passione, al segreto dolore.
Cento metafore sono usate, cento similitudini, personificazioni, sinestesie, anafore per ingabbiare nel verso la ricchezza della vita, il caos e il tormento dell’amore, e fare espandere lo spirito oltre i limiti della singolarità.

“ ... il mio corpo stremato dalla giovinezza,

spaventato dalla bellezza,

eccitato dalla luce.

E posso a fiotti generare popoli che danzino dentro bolle di sapone

e si dissolvano gridando mute verità che tremano,

come incubi d’inverno.

Posso a fiotti disegnare fiumi che scorrono

e che puoi toccare con le dita, bagnandole di colori setati e cangianti.

Posso far librare nel cielo memorie come farfalle,

e storie come falchi, dolori come corvi.

E posso far fiorire sorrisi sulle tue mani, e sangue tra le nuvole,

nella musica triste di un’alba audace e bianca.

Ciò che si muove in me è così vivo e morto che mi fa paura,

e mi commuove, e mi addolora…”


La sua poesia è un continuo emergere di ricordi, un sussultare di lava, un bisogno quasi religioso d’amore che il cuore reclama contro le convenzioni e i pregiudizi:


“Sbigottitevi, adesso,

poiché dentro la vostra chiesa

io benedirò il nome di un demone:

l’amore.

Demone che con dita di fuoco

ci coglie nel petto il cuore vivo

per sfamare notti avide di tenerezza.

Demone che ci altera il respiro,

demone che ci possiede,

che ci mette sulle labbra lingue nuove.”


Passione, dicevo, come forza che spinge a scrivere, come ineludibile bisogno primario a cui è impossibile resistere:


“E fiori e paesi e stelle

mi esplodono dentro, mai esistiti ed esistenti,

struggentemente vivi e mai visti.

E mi duole il sogno.

E mi lacera.

E si lacera perché si muove come un passero

che si getta da un lato all’altro della gabbia.

Ed io sono la gabbia,

e lo sento quest’essere che mi lacera le viscere

e che vuole libertà.

E questo fiore che mi spinge come fossi terra

perché vuole darsi al sole,

io lo sento.

Mi fa male.

E mille fiori sono,

non un solo passero.

Miriadi di farfalle dalle ali preziose.

Dentro mi si muove un universo

che l’universo non basterebbe a contenere.”



Al contrario dei tanti poeti imborghesiti dal loro stesso celebrarsi, che sanno tutto sulla tecnicalità e nulla sull’amore, tutto sulla sintassi e neppure una parola sul fuoco che può bruciare un’anima. ciò che muove i versi di Davide Cortese e li rende incandescenti è il furore dei sogni, il loro ribollire sotto la pelle. Forse non è estranea a ciò la magia della nativa Lipari, delle rocce incandescenti di Vulcano e del mare infinito che abbraccia l’orizzonte. È quella la culla, è quella la madre. Lì prendono forma e esplodono le lettere che arrivano dall’Eldorado, anzi è proprio quello l’Eldorado, dove i sogni diventano pensieri di vita, di tenerezza per il mondo e per se stessi, fluttuante malinconia per quello che siamo stati e per ciò che non saremo:


Quando non ci sarò più

i palloncini continueranno

a sfuggire di mano ai bambini

e saliranno rotolandosi

verso il cielo

accompagnati dallo stupore

o dal pianto.

Gli autobus continueranno

a farsi attendere alle fermate

e le zanzare continueranno

a tormentare il sonno della gente.

Alcuni sogni continueranno

ad essere dimenticati al risveglio,

altri ad essere raccontati agli amici

con dovizia di particolari.

Gli innamorati continueranno

a credere nell’amore eterno

e nelle biblioteche richiederanno

ancora “Una stagione all’inferno”.

I ragazzi continueranno

a scrivere poesie

o anche solo “ti amo” sui muri.


E io sorriderò

di tutte queste cose,

di queste piccole cose

che ho conosciuto sulla terra

e tirerò su col naso

con un po’ di nostalgia.


Se la grande editoria non fosse occupata dal potere, se la televisione non fosse popolata di clienti, se i giornali sapessero parlare ai loro lettori delle cose che arricchiscono la vita e la scuola insegnare ai ragazzi ad amare la poesia “Lettere da Eldorado” farebbe bella mostra di sé in tutte le librerie e se ne parlerebbe sui media, invece che essere una piccola perla, privilegio dei  pochi amanti della poesia che non si rassegnano alla banalità del quotidiano.